pier5Ausonia, l’antica Fratte nell’alto medioevo, sorge tra i Monti Aurunci, su una collina che divide la valle dal fiume Ausente da quella del Liri. Dalla strada statale Formia-Cassino (S.S.630), si identifica la cittadina per il maschio del castello, che la domina: con l’aspetto antico delle mura e le sue case di pietra grigia, Ausonia comunica il senso di una pacata austerità, di una severa bellezza. La frazione di Selvacava e di Correano si sono invece sviluppate lungo le falde del monte Fammera, nel verde della macchia mediterranea.  Ciò che rende affascinante questo Monte, è la sua tinta cangiante, color del tempo: rosa-rosso all’alba, nelle gradazioni del grigio azzurro quando il sole gira dietro di esso, argenteo nel plenilunio. Chi voglia però cogliere insieme in un unico colpo d’occhio, Ausonia ed il suo comprensorio, deve fermarsi ai piedi della collina, presso l’Ausente, vicino al Santuario Madonna del Piano. Il complesso monumentale del Santuario, i ruderi dell’edificio ottagonale di un battistero alto medievale, di una torre presumibilmente campanaria e la casa in pietra con lo stemma secentesco, offrono di per sé un quadro di grande suggestione. Se ci si sposta, sulla via dell’Ausente, si può contemplare un panorama avvincente: ad ovest domina lata la cima del Fammera ; a nord, al di sopra di un antico ponte di pietra, si staglia il colle rotondeggiante di Ausonia, esaltato dalla torre della fortezza; ad est troviamo il fianco ricco di uliveti del Monte Maio; a sud, si distende la piana verde della contrada delle Pastene, attraversata dall’Ausente. Ovunque i muri a secco le “macere”, costruiti con pietre abilmente incastrate secondo un’arte tradizionale, connotano il paesaggio. Essi sostengono terrazzamenti in cui crescono aranci, limoni, alberi da frutta ed ulivi secolari.

Poco si sa di Ausonia, l’antica Fratte, nell’alto medioevo; certamente però il luogo dovette subire le stesse vicissitudini del Lazio meridionale, funestato dai Goti di Alarico (410), dai Vandali (455) dagli Eruli (476), dagli Ostrogoti (494) e poi dai Longobardi che, attorno alla secondà metà del VI sec., invasero, con veloci incursioni, il basso Lazio, arrivando a distruggere anche Montecassino. Gli ultimi scavi intorno alla chiesa di S. Michele hanno evidenziato tratti di mura costruiti con materiale di risulta, malta e pietre piccole, secondo l’uso dei Longobardi.

Nell’846 una flotta saracena, prese Ostia, mentre le navi più agili risalivano il Tevere, arrivando fino a profanare la Basilica di San Pietro. I Mussulmani però, fatti più prudenti dal timore di una coalizione di truppe cristiane, ripiegarono via terra, attraverso l’Appia e si acquartierarono sotto le mura di Gaeta. I Saraceni tentarono una sortita, che risultò sfortunata, contro Montecassino; al ritorno, essi attraversarono una località detta “ad duo leones”, da leoni di pietra che delimitavano i confini tra la Terra di San Benedetto ed il ducato di Gaeta: era il territorio nel quale sarebbe sorto il Castrum Fractarum. La denominazione contenuta nella tragica cronaca militare, è citata già a partire dall’ VIII sec., nel privilegio del 744 del longobardo Gisulfo II, duca di Benevento, e poi in quello di Carlo Magno, del 787, in copia nel regesto di Pietro Diacono. Addirittura la terra detta “ad duo leones” è nominata nella famosissima “charta capuana” del 960 dove il monte Fammera è chiamato “monte de Balba”.

In Ausonia, nella torretta del largario S. Michele, vi sono due leonine, a cui viene attribuita la fama prestigiosa di essere i “duo leones”. Si tratta di un grande leone, di impronta romana, del genere di quelli che Montecassino usò comunemente come pietre di confine dei suoi territori, e di un altro, giunto mutilato dalla parte posteriore, con la criniera a riccioli stilizzati, di epoca altamedievale.

Il nome “Fractae” appare per la prima volta in un prezioso documento del 1020, in cui Maria, contessa di Traetto, dona quattro moggia di terra a Pietro e Juga “abitanti di Fratte”. Intorno agli stessi anni compaiono le fortificazioni di Suio, Sperlonga, Maranola, costruite come difesa delle popolazioni dalla razzie di milizie saracene e normanne nel territorio. Fratte faceva allora parte della contea di Traetto, che venne costituita da Marino II, duca di Gaeta, per il figlio Dauferio. Proprio al tempo dell’invasione normanna i proprietari terrieri, incapaci di difendere le loro terre, ne facevano dono a Montecassino, individuando nell’abate Desiderio l’unico capace di mediare con i conquistatori. Desiderio riuscì a conciliarsi con i Normanni e sette anni dopo, ottenne l’intero Castrum Fractarum. Fratte ritornò per poco sotto Gaeta, nel 1091, quando Riccardo, milite di Spigno, si impadroniva del castro, con l’aiuto del nuovo Duca Rinaldo Ridello. Seguirono anni di guerre fra baroni locali, fino a quando nel 1107, Riccardo dell’Aquila, duca di Gaeta e vassallo di Montecassino, si impegnò a difendere le terre dell’Abbazia.

Nella seconda metà del secolo la vita del castro fu sconvolta dal vortice degli eventi storici consequenti lo scisma fomentato da Onorato I Caetani, conte di Fondi. Diventato padrone dei territori che confinavano con la Terra di S. Benedetto, Onorato, nell’anno 1379, per decreto di Clemente VII, ebbe il possesso di Fratte.  Il Castrum Fractarum però, quattro anni dopo, nel 1383, è registrato sotto Montecassino, come recita un documento in cui l’abbate Pietro de Tartaris, con un editto affisso sulle porte di S. Michele, prometteva perdono a coloro che avevano tradito. Cessato il dominio aragonese e declinato anche quello dei Gaetani, durante il 1503 Spagnoli e Francesi si contesero il Regno di Napoli. A vittoria ottenuta,Ferdinando V di Spagna, in segno di gratitudine concesse a Prospero Colonna il ducato di Traetto di cui Fratte faceva parte. Alla fine del XVII sec. il Castrum Fractarum, con i suoi casali, era diventata una cittadina popolata da circa duemila abitanti. Il ducato di Traetto rimase ai Carafa fino al 1806, quando Giuseppe Bonaparte, divenuto re di Napoli, aboliva i titoli nobiliari. Nel 1862, con l’unità d’Italia, il consiglio comunale di Fratte cambiò il nome della città in quello di Ausonia.

LA COLLEGIATA DI S.MICHELE ARCANGELO

san micheleL a scalinata di via S. Michele ci concduce sull’acropoli della città; sulla sinistra si incontra una torretta adibita ad antiquarium: all’interno, lapidi e tre dei quattro “leones”. L’ultimo è ancora a sostenere il muro medievale esterno. Di fronte, la Collegiata di bianca pietra calcarea. S.Michele Arcangelo è il monumento più antico di Ausonia, quello che, attraverso i numerosi reperti, ne testimonia la lunghissima storia. Centro della vita religiosa del castro, sulla sua porta gli abati di Montecassino usavano affiggere i loro editti per la popolazione. Il sacro edificio, presenta una facciata dalle pietre ben squadrate e perfettamente concatenate, disposte in file orizzontali, regolari. I tre portali sono incorniciati da archi a sesto acuto a file sovrapposte: quello laterale destro si piega all’esterno, il sinistro invece trova conclusione in due mensole appuntite, che racano all’estremità un piccolo melograno, simbolo della vita e anche della Chiesa. Nelle lunette, affreschi ancora apprezzabili con le effigie del Cristo, di S. Michele e della Vergine. Dalla porta principale si può ammirare la spazialità imponente della basilica, disposta su tre navate divise da pilastri, e dotata, nel Cinquecento, di grandi cappelle laterali. Presso l’entrata due acquasantiere, ricavate da are romane, rimandano ai reperti classici inseriti nei pilastri e riportati alla luce con il restauro del 1993, insieme all’arco gotico dell’ultima campata, presso il presbiterio. Ai lati del presbiterio, due rampe di scale conducono nella cripta, usata a lungo come ossario. Dell’antico, ricco arredo rimane solo il pregevole altare barocco, costruito intorno al 1757. Degna di attenzione è l’ultima cappella sulla sinistra, occupata da un cippo romano, sistemato su mensole.

IL CASTELLO

museCostruzione militare, ma come evidenziano alcuni elementi architettonici, anche per i capitani di stanza a Fratte, il castello è registrato nella donazione che Ederardo, conte di Traetto, fece, nel 1025, a Pietro delle Fratte. Il castello, nella sua lunga storia, venne più volte ristrutturato: certamente, data la posizione strategica, fu tra quelli nuovamente fortificati quando, nel 1107, l’abate Ottone, per salvare la gente della Terra di San Benedetto dalle razzie normanne, ordinò di rifugiarsi entro le mura. Devastato da tanti eventi, il maniero fu tra quelli che Federico II ordinò di restaurare nel 1214; a questo periodo, probabilmente, risalgono il maschio e la torre dell’orologio, dalle strutture possenti, le meglio conservate. Il castello ebbe una funzione militare attiva fino al XVI sec.  Decaduto sempre più dalle sue funzioni militari, il castello, nel 1842 venne adibito a cimitero e dotato di una cappella mortuaria. Attualmente il castello ospita il museo della pietra.

SANTA MARIA A CASTELLO

Ipier8l tempio, certamente esistente agli inizi del ‘300, come risulta da antichi documenti, aveva del tutto perduto il suo aspetto originario in seguito all’intervento del Giovannoni che, nel 1940, rifece la facciata in stile neoclassico, ornandola con due coppie di lesene a capitelli ionici, su alte basi. Lavori di restauro hanno lasciati immutato il prospetto principale, riportando a vista la struttura originaria, a pietra viva, delle altre pareti e del campanile.Esso è ornato da un orologio con quadrante di maioliche napoletane del ‘700. Lo stesso intervento ha evidenziato la primitiva struttura gotico-francescana dell’interno: un vasto ambiente caratterizzato da un’aula unica a da un presbiterio, divisi da un grande arco in pietra. In un vano decorato a motivi floreali stilizzati, sullo sfondo di una orditura quadrettata, che simula le stoffe, sotto una cornice trilobata, con cuspide, mutuata dalle cornici lignee o marmoree di gusto gotico, si colloca un’alta figura di Madonna. La Vergine, avvolta in un sobrio mantello azzurro, seduta su un cuscino, nell’atto di porgere il seno al Bambino, è presentata secondo la consueta iconografia medievale della Madonna delle Grazie: Maria, madre di tutti (Mater Omnium). Sullo sfondo del dipinto, le iniziali M ed O delle due parole latine. Perchè questa Chiesa sia sprovvista di altri affreschi si spiega, in parte, attraverso un documento della fine del ‘700, che vede protagonista Alessandro Petronio, che in cambio della possibilità di aprire in essa un vano comunicante con la sua abitazione sistemò la parete sinistra dell’edificio.

IL SANTUARIO DI S. MARIA DEL PIANO

madonnaLa fondazione del Santuario, risalente all’ XI sec.,è raffigurata nel ciclo di affreschi coevi della cripta, ma la chiesa, nel tempo, fu oggetto di rifacimenti radicali che ne hanno alterato la primitiva fisionomia. All’esterno, col primo ingrandimento, essa fu dotata di un grande portico, caratterizzato da quattro arcate a sesto acuto, su pilastri, nel primo dei quali, a destra, è incisa la data di edificazione, il 1448. La facciata imponente del Santuario, trova la sua prosecuzione in un lungo porticato, che fu ospedale per pellegrini e poi orfanotrofio dell’Ave Gratia Plena. Quest’istituto accoglieva bambini abbandonati, fu fondato in Napoli nel 1320, presso la chiesa della S.S. Annunziata, sotto il patronato di Roberto d’Angiò. L’A. G. P. (Ave Gratia Plena) di Fratte, governata da un consiglio di laici, fu importante per la cittadina, non solo come opera benefica, ma anche perchè diede lavoro a molte persone. Dal 1880 l’assistenza agli orfani fu curata dalle suore di S.S. Maria dell’Orto che trasformarono l’orfanotrofio in collegio e lo tennero fino al dopoguerra quando fu soppresso. Porte lignee settecentesche riccamente scolpite introducono al tempio; quelle laterali recano, sull’architrave in pietra, due scritte in latino, datate 1750, in cui si fa riferimento alla storia della statua della Vergine appartenente anticamente a Castro e poi a Fratte. Entrando dalla porta principale, a sinistra troviamo un bel monumento funebre all’accademico pontaniano Elisio Calenzio, con delicati bassorilievi, eretto nel 1521. Presso la porta laterale destra, un’ara funebre, adibita ad acquasantiera, di età augustea. Lungo le pareti laterali si allinea quello che resta di pregevoli altari barocchi,incorniciati da pilastri che approfondiscono illusoriamente lo spazio schiacciato delle cappelle. Dovunque, cherubini ed angioletti di pregevole fattura sorridono sulla sommità degli archi. L’altare settecentesco reca pregevoli tarsie marmoree in piccole specchiature. Su di esso un  grande polittico, dipinto da Giovan Filippo Criscuolo, pittore del ‘500, con santi e storie di S. Remicarda nella predella. Sulla volta le vele recano affreschi del ‘700 con figure che alludono alle virtù di Maria ( verginità, obbedienza, umiltà e purezza). Nella nicchia, la statua lignea della Madonna del Piano, risalente nella parte centrale, al XII sec..

Scesa una strettissima scala di accesso si trova la cripta, lo sguardo dello spettatore è preso da un trionfo di angeli, le creature alate sulla volta dell’ambulacro, un tempo azzurro lapislazzuli, levano lunghe braccia velate attorno a tre medaglioni. In quella centrale vi è Maria Regina, gemmata come una sovrana orientale; in quelle laterali, il sole nero e la luna rossa, descritti nell’Apocalisse, e un Agnus Dei, ora scomparso. Lungo la parete sinistra della cappella centrale, visibile ancora, nonostante le cadute di colore che hanno evidenziato il disegno preparatorio, si dispiega la storia del miracolo di Remicarda. Secondo una cronaca manoscritta del 1709, nel 1100 la Madonna apparve ad una pastorella di nome Remicarda, guarendola dalla sua deformità fisica. Sul luogo del miracolo venne subito costruita una chiesa la cui cripta venne prontamente decorata con un ciclo di affreschi che raccontavano il miracolo. Nelle due cappelle laterali, gli affreschi, rovinatissimi, mostrano rispettivamente Cristo tra gli apostoli e le storie di S. Giovanni.

SELVACAVA

Cpier4hi percorre la superstrada Formia- Cassino, in prossimità del colle fortificato di Ausonia, si trova davanti il monte Fammera; il suo nome deriverebbe da flamma, perchè gli antichi avrebbero notato che, quando il sole sorge, i raggi esaltandone le asperità, lo modellano come una vampata di fuoco. Alle pendici, la montagna è attraversata da una lunghissima pineta che termina verso Spigno, in una macchia di piante mediterranee, estesa per ben 27 ettari. Si tratta di un bosco non spontaneo, che fu impiantato dall’amministrazione comunale intorno agli anni ’50 e che costituisce un polmone di ossigeno per il territorio. Qui si adagia l’abitato di Selvacava, l’antica Silba Kaba dell’XI sec.. Per trovare l’antico borgo, bisogna addentrarsi nei vicoli del Vicinato, del Serro, dei Ratti; si possono incontrare vecchie case in pietra viva, a conci ben squadrati, con scala esterna e loggiato. In qualche caso sopra il portale si trova una feritoia per gli archibugi; essa rivela un aspetto della storia di questa frazione: il brigantaggio. La chiesa, dedicata a S. Bartolomeo, era, all’origine poco più che una cappellina e mons. Pignatelli, vescovo di Gaeta, nel 1723, dovette ordinare, la costruzione di un alloggio per il prete, che si era offerto di assistere religiosamente la popolazione. Nel 1793 l’edificio, restaurato, si presentava “magnificamente” ricostruito; della vecchia chiesetta rimane il portale con la data (1634) ed un grazioso cherubino al centro dell’architrave, mentre dell’intervento settecentesco si conserva la cupola con lanterna. L’interno, a tre navate, recava sull’altare una tela con S. Bartolomeo, poi sparita.

chiesa correanoCORREANO E LA CHIESA DI S.MARIA

Deviando dalla provinciale, subito dopo l’inizio dell’abitato di Selvacava, si incontra la frazione di Correano. Il nome della contrada appare in un documento del 1030, che registra la cessione di un terreno in questa località, da parte di tale Pietro e di sua moglie Juga, in favore di Marino, Landone e Giovanni, figli del conte Dauferio II di Traetto. Diciassette anni dopo, in località Correano, è registrato un monastero, dedicato a S. Marino, a favore del quale Giovanni Bove fa donazione di tutti i suoi beni, all’atto di entrarvi come monaco. La vasta parte del territorio in Correano, in cui si estendevano le proprietà del monastero, prese il nome, fino ad oggi conservato , di S. Marino. Nell’area conventuale era situata la chiesetta di S.Maria, come lasciano intendere due documenti del 1427 che fanno mezione della “chiesa rurale di  S. Marino”.  La struttura che ci è giunta, in stile romanico, presenta, al centro della facciata, in asse con la porta di ingresso, una torre campanaria, secondo una tipologia non inusuale negli edifici religiosi del basso Lazio, a partire dall’ XI sec.. Nel caso della chiesa di S. Maria, che si affaccia sulla valle dell’Ausente, la struttura a torre del campanile fa pensare anche ad una sua funzione difensiva, come punto di avvistamento. La sua base, che si regge su quattro pilastri con archi a tutto sesto, assolve la funzione di piccolo atrio davanti alla porta della chiesa. La chiesa è dotata di abside semicircolare che, all’interno ospita una statua lignea di Madonna con Bambino, opera di uno scultore napoletano, uno dei tanti abili “madonnari” del ‘700. La navata unica, un tempo doveva essere affrescata. Sotto la superficie, imbiancata da uno strato uniforme di calce, come si usava in tempo di epidemie, emergono dei frammenti pittorici che rimandano ad una Madonna con Bambino, alcuni elementi decorativi, propri di riquadrature, e due pannelli di un ciclo di affreschi, dei quali rimane leggibile l’episodio evangelico di Cristo che placa la tempesta. La chiesa si erge in un’area archeologica interessante, in cui si ritrovano tombe, in pietra o terracotta; la zona potrebbe essere stata adibita, nei secoli, ad area cimiteriale, come starebbe a dimostrare il sarcofago medievale, privo di epigrafe, davanti alla chiesa. In epoca preromana fu costruito il recinto di pietre megalitiche: le mura sono realizzate con massi squadrati, perfettamente combacianti. Altro elemento di interesse archeologico è la lapide, inserita nel pilastro destro del campanile.

 

Fonte: “Ausonia I luoghi della natura e della storia” Maria Grazia De Ruggiero